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Parole Desuete: Viluppo

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“Vïluppo: la bellezza del groviglio”

Non si offre in superficie: preferisce insinuarsi, avvolgere, creare un piccolo nodo nella mente di chi la pronuncia. È una parola che porta con sé il movimento del cerchio, il ritorno, la spirale. Non procede per linee dritte, non ama le scorciatoie: preferisce il passo lento del filo che si attorciglia, del pensiero che si ripiega e poi si rialza, della vita che raramente si concede la grazia della semplicità.

In un’epoca che pretende chiarezza immediata, “vïluppo” ci ricorda che la bellezza non sempre sta nella trasparenza, ma spesso nell’opacità, nel mistero, nel groviglio che chiede di essere guardato da vicino. È una parola che ci invita a entrare nel labirinto senza paura, a riconoscere che ciò che è intrecciato non è necessariamente confuso, ma vivo, pulsante, umano.

Etimologia

“Vïluppo” nasce da viluppare, verbo che significa avvolgere, intrecciare, stringere in sé.

E viluppare a sua volta discende dal latino volvĕre — “far ruotare”.

È una parola che non cammina in linea retta: gira, si attorciglia, si richiude, si riapre.

Non ha un solo centro, ma una costellazione di centri.

È la negazione stessa della linearità, la celebrazione del nodo, del ritorno, del cerchio.

Significato

“Vïluppo” è il groviglio, il nodo, l’intreccio.

Può essere fisico — una corda, un filo, una rete —

ma anche mentale, morale, esistenziale.

Un viluppo di pensieri, un viluppo di colpe, un viluppo di destini.

È la materia dell’umano: intricata, fitta, irrisolta.


Echi nella letteratura

Dante Alighieri, Purgatorio, V

“Nel viluppo del sangue e della colpa.”

Il viluppo è la trama morale dell’anima: le colpe che si avvolgono su sé stesse, come radici che non trovano più la via della luce.


Giacomo Leopardi, Zibaldone

“Viluppo di pensieri che l’anima non scioglie.”

Qui il nodo non è fisico, ma interiore: la mente che gira su sé stessa, prigioniera del suo stesso pensare.


Giovanni Verga, I Malavoglia

“Viluppo di destini che il mare confonde.”

Nel linguaggio verghiano, il viluppo è la vita stessa, che s’intreccia e si perde nelle maree del fato.


Riflessione

“Vïluppo” è la parola del labirinto.

È la lingua che accetta la complessità, che non teme l’intreccio né la confusione.

Viviamo in un tempo che esalta la chiarezza, la sintesi, la linea retta.

Ma il mondo, in verità, è viluppo: un insieme di fili tesi e annodati, di vite che si toccano e si sfiorano senza mai sciogliersi del tutto.


Forse dovremmo imparare da questa parola a non correre subito verso la soluzione.

A sostare nel nodo.

A contemplare il groviglio, prima di scioglierlo — o forse senza scioglierlo affatto.


Se questa parola ti ha fatto rallentare, allora ha già compiuto il suo lavoro.

Se ti ha fatto pensare a un nodo della tua vita, a un intreccio di relazioni, a un pensiero che non si lascia sciogliere, allora custodiscila: è una piccola bussola per attraversare la complessità.


Le parole dimenticate non sono mai davvero mute: aspettano solo un ascolto nuovo, un gesto che le riporti alla luce. “Vïluppo” ci insegna che non tutto deve essere risolto, che a volte il senso nasce proprio dall’intreccio, non dalla sua soluzione.


Se vuoi condividere questa parola, falla girare come un filo tra le mani.

Se vuoi suggerirne un’altra, sarò felice di seguirne il percorso.


Alla prossima parola: perché ogni parola ritrovata è un varco che si riapre sul mondo, un filo che ricomincia a intrecciarsi.


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