Chagall, il costruttore di sogni
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Una mostra, nel Palazzo dei Diamanti di Ferrara, esplora proprio questo aspetto nell’arte del pittore di origini russe, ma francese d’adozione. Curata da Francesca Villanti con Paul Schneiter, prodotta e organizzata dalla Fondazione Ferrara Arte e Arthemisia, la rassegna ci porta per mano nell’universo chagalliano dove ogni incongruenza sembra sciogliersi in una segreta plausibile esperienza.
I musicisti che paiono lunghe ombre colorate, una sposa in procinto di spiccare il volo che mostra due facce differenti, danzatrici, donne abbigliate secondo la tradizione, quella del villaggio remoto nel quale Chagall nacque e dove imparò il linguaggio della devozione. Un villaggio che oggi appartiene alla Bielorussia, ma che nel 1887, anno di nascita del pittore, era parte del grande impero degli Zar. Bisogna partire da qui per comprendere la straordinaria energia emotiva che ha attraversato tutta la sua lunga vita.
Nel suo villaggio — di stretta osservanza ebraica —, Chagall imparò che c’è una lingua che ci definisce, un’appartenenza più profonda e segreta dei passaporti e delle città dove scegliamo di stare. Una lingua che è anche colore, figure dove fantasia e ricordo si mescolano, aneddoti da ripercorrere in pittura, leggende e figure tratte da una mitologia familiare che poi, grazie a lui, è diventata universale. Ancora oggi, quando vediamo due innamorati che sembra stiano volando perché sospinti dal sentimento, pensiamo a Chagall. Quando vediamo un violinista con la barba, difficile non pensare al pittore che si trasferì in Francia e qui rimase fino al 1985.
Ma la pittura di Chagall ha una profondità ancora maggiore, che questa mostra racconta bene. In lui il rigore cronologico delle cose sparisce: nel secondo Dopoguerra, quando l’Europa faceva i conti con una ricostruzione difficile, lui continuava a rappresentare Giocolieri, innamorati, animali. Tutto è presente e, al tempo stesso, passato, nell’arte di Chagall. Tutto è per terra e in cielo, in una simultaneità che riscrive la moderna idea di tempo, annullando la razionalità del suo scorrere e lasciando spazio a un tempo interiore, profondamente emotivo.
E lo stesso accade oggi, quando grazie alla tecnologia facciamo fatica a capire se stiamo vivendo un ricordo o la proiezione di un futuro: il nostro tempo, come quello dei dipinti di Chagall, è intimo, psicologico e proprio per questo, carico di emozioni, le uniche coordinate in grado di guidarci nell’assenza di cronologia. Ecco perché ogni cosa ci cattura con la carica emotiva: da una trasmissione televisiva a un articolo di giornale a un video su TikTok. Abbiamo bisogno di qualcosa che ci faccia ridere, piangere, spaventare, arrabbiare. Esattamente come fanno le figure chagalliane, che prese singolarmente sono difficilmente spiegabili, ma se vissute, se abitate con libertà di cuore, sono in grado di farci vivere esperienze fuori dal tempo e dallo spazio. Ecco perché Chagall è perfetto per raccontare l’epoca che ci troviamo a vivere. Con i suoi colori, le sue ombre e le sue contraddizioni. rscorranese@corriere.it
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